Le parole con cui diciamo “lavoro”

Parole in Evoluzione

C’è un esercizio che faccio ogni tanto, quasi senza accorgermene: prendo una parola che uso cento volte al giorno e provo a chiederle da dove viene. Quasi sempre mi guarda con aria innocente, come se fosse nata ieri, comoda e neutra. Quasi sempre, sotto, c’è una storia di millenni.

Ho provato a farlo con le parole del lavoro. Quelle che diciamo in riunione, nei colloqui, nei corridoi, sulla busta paga. E ho scoperto che portano dentro un’idea di mondo molto più antica di noi — e che, senza che ce ne accorgiamo, ce la sussurrano ancora.

Lavoro

Cominciamo dalla parola madre. Lavoro viene dal latino labor, che non significava “attività professionale”: significava fatica, sforzo, pena, perfino dolore. La stessa radice, secondo molti, rimanda a labare, vacillare sotto un peso. Il lavoro, alle origini, era ciò che ti faceva piegare le ginocchia.

Non è un caso isolato della nostra lingua. Lo spagnolo trabajo e il francese travail vengono dal latino tripalium: uno strumento di tortura a tre pali a cui si legavano i condannati. Letteralmente, quando un francese dice “vado al lavoro”, pronuncia il nome di un attrezzo di supplizio. E quando una donna è “in travaglio”, la lingua ricorda che anche lì c’è una fatica antica e una nascita.

Eppure è proprio su questa parola di sofferenza che abbiamo fondato una Repubblica, una festa, una dignità. Abbiamo preso un termine che diceva “pena” e ci abbiamo costruito sopra l’idea di realizzazione. Forse è la cosa più umana che ci sia: trasformare la fatica in senso.

Salario

Poi c’è ciò che il lavoro ci dà in cambio. Salario viene da sal, sale. Nell’antica Roma il sale era oro bianco: serviva a conservare il cibo in un mondo senza frigoriferi, era raro, prezioso, strategico. I soldati ricevevano un’indennità legata ad esso — il salarium — probabilmente non sacchi di sale in mano, come si racconta romanticamente, ma una somma destinata ad acquistarlo.

Da quella stessa parola, sal, passando per il solidus e il soldo, è nata persino la parola soldato: colui che riceve una paga. E quando diciamo di qualcuno che “vale il suo sale”, stiamo usando un modo di dire vecchio di duemila anni senza saperlo.

Mi piace pensarci, la prossima volta che guardo un cedolino: dietro la cifra c’è il ricordo di qualcosa che valeva perché conservava, perché teneva insieme, perché impediva alle cose di andare a male.

Carriera

Questa è la mia preferita. Carriera viene dal latino carraria (via), la strada dei carri — da carrus, carro, una parola di origine celtica che si lega alla radice del correre. In origine la carriera era semplicemente questo: il percorso sterroso su cui correvano i carri, e poi lo spazio della corsa dei cavalli nei circhi. “Andare di gran carriera” significava andare a tutta velocità.

Solo molto più tardi, avvicinandosi a noi, la parola si è ristretta fino a indicare quel percorso lì: il cammino professionale, i gradini, l’avanzamento. Una strada immensa e rumorosa, fatta di legno e zoccoli e voci, che a un certo punto abbiamo tagliato per farne solo la scala gerarchica di un ufficio.

C’è qualcosa di malinconico in questo restringimento, ma anche qualcosa di liberatorio. Perché se la carriera è, in origine, semplicemente una strada, allora possiamo ancora scegliere com’è fatta la nostra: dove va, a che velocità, quanto rumore bello fa, chi ci viaggia accanto.

Azienda

E infine il luogo dove tutto questo accade. Azienda viene dallo spagnolo antico hacienda, a sua volta dal latino facienda: “le cose che sono da farsi”. È un gerundivo, una di quelle forme che indicano un dovere gentile, un compito che attende. La stessa identica struttura di un’altra parola che conosciamo benissimo: agenda, “le cose da fare”. E della nostra faccenda domestica.

Quindi un’azienda, alla radice, non è un edificio, né un organigramma, né un bilancio. È un insieme di cose da fare. Un fascio di possibilità ancora aperte, che esistono solo se qualcuno le fa. Senza le persone che fanno, la facienda resta una promessa grammaticale.

Perché tutto questo conta

Si potrebbe dire: sono solo etimologie, curiosità da rompicapo. Ma io credo che le parole con cui nominiamo le cose plasmino il modo in cui le viviamo, anche quando ne abbiamo dimenticato l’origine.

Se “lavoro” dentro di sé dice ancora fatica, forse non è strano che tanti lo vivano come peso. Se “carriera” significa strada, forse possiamo smettere di pensarla solo come una scala da salire e ricominciare a viverla come un viaggio da percorrere. E se “azienda” vuol dire le cose da farsi, allora il centro non è mai stato la struttura: sono sempre state le persone che quelle cose le fanno accadere.

Le parole sono sedimenti. Conservano, come il sale, ciò che siamo stati. E a volte, riascoltandole, ci ricordano chi potremmo ancora scegliere di essere.

E tu, se potessi riscrivere oggi la parola con cui chiami il tuo lavoro, da quale radice la faresti ripartire?


Le etimologie citate sono ricostruite a partire da fonti lessicografiche (Treccani, dizionari etimologici della lingua italiana) e da Mark Kurlansky, “Salt: A World History”, per il filone sale-soldato.

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