I primi giorni di agosto, vi ho lanciato una sfida semplice: segnare ogni volta che un pensiero tornava a bussare durante la pausa estiva.
Non necessariamente un pensiero di lavoro — qualsiasi pensiero che si ripresenta, che circonda, che non si lascia archiviare facilmente. Un piccolo esperimento nato da una scommessa con un collega — chi si sarebbe staccato meglio dal lavoro.
Oggi tiro le somme, e la prima cosa che voglio dirvi è grazie. Grazie per i messaggi, per chi mi ha scritto solo per ringraziarmi della riflessione, e soprattutto grazie a chi ha giocato davvero, contando i propri “torno” e mandandomeli via mail.
Cosa è tornato
Il dato più netto: nella maggior parte dei casi, a bussare è stato un pensiero legato al lavoro. Non stupisce — è spesso lì che si annidano le questioni aperte — ma il gioco ha intercettato anche altro: chi stava affrontando una scelta, chi un cambiamento, chi semplicemente un pensiero che non trovava pace per conto suo.
E non è stata solo questione di numeri. Alcuni di voi hanno raccontato che quei pensieri sono tornati anche di notte, dentro i sogni — segno che certe questioni non aspettano il permesso della veglia per farsi sentire.
E poi c’è stata una confidenza che mi ha colpita più di ogni conteggio: qualcuno si è raccontato a cuore aperto, dicendo che quest’estate un pensiero è tornato così tante volte, e così male, da iniziare a mettere in discussione tutto. Non è più un pensiero che bussa — è un pensiero che si è seduto in casa. Credo sia importante dirlo qui, con il rispetto che merita: quando il “torno” smette di essere un episodio e diventa una condizione, forse il gioco finisce e comincia altro — magari un confronto con chi può aiutare a leggerlo meglio.
E io?
Nel mio piccolo, ho il sospetto di averla vinta — anche se il verdetto ufficiale arriverà solo quando riuscirò a intervistare il mio collega. Ma se un po’ di merito posso prendermelo, non è per caso: quest’estate ho scelto deliberatamente una vacanza diversa. Niente meta speciale, niente viaggio della vita, niente meraviglie del mondo da rincorrere. Una vacanza semplice, a tratti anche scomoda — e proprio per questo capace di lasciarmi il tempo per me, senza distrazioni che non fossi io stessa a cercare.
Ho riscoperto il piacere della spesa nei piccoli negozi di paese. Niente scaffali, niente file: solo il pane fresco ogni mattina e la focaccia ligure, che è diventata presto un’abitudine difficile da giustificare con la sola fame
Ho avuto la conferma, ancora una volta, di un pensiero che porto avanti da sempre — “stessa spiaggia, stesso mare non fa per me”. Ho trascorso venti giorni veri con i miei figli, che ormai non chiedono più accudimento fisico (a parte il fatidico “lavati i denti” ripetuto mille volte) ma presenza, ascolto, confronto. Cosa ben diversa, e a tratti più impegnativa.
Confesso però che un “torno” ha superato tutti gli altri, per intensità: torniamo a casa da papà che ho bisogno di pace 😅. Anche l’amore più pieno, quando è ininterrotto per venti giorni, ha bisogno di una porta che si richiude ogni tanto.
Forse è proprio questo il punto: staccare non è solo questione di quanto rumore c’è intorno, ma di quanto siamo disposti a scegliere un tempo che non insegua nulla — pace compresa.
Cosa mi porto da questo gioco
Non era davvero una gara a chi si stacca meglio. Era un modo per accorgersi di quanto spazio occupano, senza chiedere permesso, i pensieri che non riusciamo a chiudere in un cassetto — qualunque sia la loro natura. E da quello che mi avete scritto, mi pare che il gioco abbia funzionato proprio per questo: ha reso visibile qualcosa che di solito scorre sotto silenzio.
Grazie a chi ha giocato, a chi ha riflettuto anche solo leggendo, e a chi ha avuto il coraggio di raccontarsi. Continuiamo a parlarne.