Ho letto un articolo sul ruolo della scuola nell’epoca dell’intelligenza artificiale. Al centro c’era una versione della tassonomia di Bloom, la scala dei livelli del pensiero. In basso ci sono ricordare, comprendere e applicare: ciò che l’IA sa già fare e che la scuola insegna. In alto ci sono analizzare, valutare e creare: ciò che ci distingue dall’IA e che a scuola si insegna poco. Nello schema c’era una precisazione: “almeno per ora”. È la frase più onesta di tutta l’immagine.
Da qui nasce il dibattito. Ha ancora senso il metodo tradizionale, che l’IA può sostituire quasi del tutto? O dovremmo spostarci e insegnare ai nostri figli solo ciò che l’IA non sa fare?
La domanda è legittima. Ma prima di rispondere, ne farei altre. Chi oggi può dirci cosa ha senso trasferire e cosa no? Chi può dirci con certezza cosa servirà domani? Chi può stabilire in che modo usare l’IA e in che modo no? Chi può garantire che non ci sostituirà del tutto? Nessuno.
Se ci fermiamo alle domande, però, ne restiamo dominati. Provo allora a rispondere. Non con certezze, ma con ipotesi da mettere alla prova insieme.
Bloom è una scala, non un menu
Non si valuta ciò che non si conosce. Non si analizza ciò che non si è capito. Il senso critico non nasce nel vuoto, ma si appoggia su basi solide. Saltare i primi gradini perché la macchina li sale al posto nostro significa arrivare in cima senza sapere dove si è.
La storia ci insegna che per governare il mondo bisogna conoscerlo. Chi delega tutto non governa, subisce. Dobbiamo quindi diventare tutti specialisti di IA? Non credo. Per guidare non serve saper costruire il motore. Serve sapere dove si vuole andare e accorgersi quando la strada è sbagliata. Serve saper fare le domande giuste e verificare le risposte.
Cosa diventeremo tra cinque anni?
Non lo so. So che i mestieri cambieranno più nei compiti che nei nomi. Se la caveranno le persone capaci di spostarsi: da chi esegue a chi decide, da chi produce a chi controlla. Ai nostri figli non lasciamo un mondo senza lavoro. Lasciamo un mondo in cui il lavoro si rinnova più in fretta di quanto la scuola riesca a rincorrerlo.
È un’evoluzione come Internet?
In parte sì. Come Internet, cambia l’accesso e la velocità. Ma c’è una differenza. Internet ci ha dato le informazioni, e il pensiero restava nostro. L’IA prova a fare anche quello: riassume, scrive, propone. Tocca proprio la parte che credevamo solo nostra. È un’evoluzione tecnologica, ma di un genere diverso.
Ci toglie abilità o le amplifica?
Dipende da chi tiene in mano il volante. Se le affido il pensiero, lo perdo. Se le affido il lavoro pesante per arrivare più lontano, lo allargo.
Mi è successo studiando per un esame di sociologia d’impresa. Leggendo la dispensa mi nascevano domande a cui il testo non rispondeva, perché dava per assunti concetti che in me non avevano basi. Non ho chiesto all’IA di riassumermi il capitolo. Le ho chiesto di aiutarmi a ricostruire il pezzo di storia che mi mancava, finché il concetto non ha preso senso. Non mi ha tolto lo studio: mi ha portata a studiare meglio.
Ritrovare un file: risparmio o adagiarsi?
C’è un caso più insidioso, ed è quello di ogni giorno. Devo ritrovare una mail, uno scambio, un file nella cartella di rete. Posso chiedere all’IA, oppure fermarmi a pensare a quali parole chiave potrebbero farmelo trovare. Chiedere è più facile. Ma è giusto?
In gran parte sì. Ritrovare un file è recuperare, non ragionare. È il gradino più basso di Bloom, e non c’è merito nel perdere mezz’ora tra le cartelle. Il tempo risparmiato è un guadagno vero, se lo reinvesto in qualcosa che richiede me.
Il rischio è più sottile. Pensare alle parole chiave è un piccolo esercizio di memoria: mi obbliga a ricostruire quando ne abbiamo parlato, con chi, come avevamo chiamato quella cosa. È così che tengo in testa la mappa del mio lavoro. Se la delego sempre, la mappa sbiadisce. E l’IA trova solo ciò che so di dover cercare: se non ricordo che una cosa esiste, non la chiederò mai.
Il criterio che mi do è questo: dove va il tempo risparmiato? Se va nel pensare, è risparmio. Se va in altro scorrimento passivo, è adagiarsi.
Quali regole ci diamo?
Ne propongo quattro, semplici.
La prima: prima penso io, poi chiedo all’IA. Anche solo per due minuti. Serve ad avere un’idea da confrontare, non una risposta da accettare.
La seconda: se non so valutare la risposta, non la uso. Non posso controllare ciò che non conosco.
La terza: quando sto imparando, mi sforzo. Quando sto producendo, posso delegare. La fatica serve quando la fatica è la lezione.
La quarta: quando cerco ciò che so di avere, delego. Quando cerco per capire, esplorare o scoprire, mi sforzo io, perché lì la ricerca è già il pensiero.
E gli insegnanti?
Vivono i nostri stessi dubbi. Anche loro stanno subendo l’IA, come noi. Ma non serve che abbiano le risposte. Serve che mostrino il metodo. Un insegnante che dice ad alta voce “provo, controllo, mi correggo” insegna più di uno che finge sicurezza. I ragazzi non hanno bisogno di adulti che sanno tutto. Hanno bisogno di adulti che non smettono di imparare davanti a loro.
Alleato, collega, nemico
Sono tre etichette, e forse il problema è sceglierne una. L’IA sarà ciò che ne faremo, e questo dipende da come la usiamo e da cosa abbiamo dentro quando lo facciamo.
Se nessuno può dirci cosa servirà domani, forse la competenza più sicura è restare capaci di imparare. E l’IA non decide chi saremo: lo decidono le abitudini che scegliamo oggi.
E voi, quale regola vi siete dati? E cosa avete smesso di cercare da soli senza accorgervene?
Vi aspetto nei commenti.