Venerdì sera, chiacchiere tra amiche. La differenza tra me e te, canterebbe Tiziano Ferro, sta tutta nei programmi del weekend. Il suo: staccare la spina. Il mio: tecniche di recruiting.
La sua domanda è arrivata spontanea: ma da dove ti nasce, e come continua, questa voglia di studiare?
Parte da lontano. Parte da quello che molti di noi chiamano rimpianti.
Quando era il momento, ho scelto di credere di non essere all’altezza. Ho dato potere alla voce della mia insicurezza, e l’ho lasciata decidere per me.
Forse è la famosa crisi di mezza età, quel momento in cui ci si volta indietro per guardare cosa si è costruito, o per tirarci sopra una doppia riga. Per me, per molti anni, è stato soprattutto un tema identitario. Cos’è davvero l’identità? Un titolo di studio può rappresentarla?
E poi il rimpianto stesso. Che peso ha su di noi? Appartiene al passato o continua ad agire nel presente? Meglio un rimpianto o un rimorso, come vuole il vecchio dilemma?
Su quest’ultima domanda, la psicologia una risposta l’ha cercata. Gli studi di Thomas Gilovich hanno mostrato che nel breve periodo ci pesano di più gli errori commessi, ma col passare degli anni a tormentarci sono le cose che non abbiamo fatto. I rimorsi sbiadiscono, i rimpianti restano.
Per me il rimpianto è stato a lungo una parte disfunzionale della mia matrice comportamentale. Innescava un loop in cui guardavo al passato nel modo sbagliato: un passato che volevo cancellare con forza, senza gentilezza, e che faticavo persino a guardare.
Poi ho incontrato un’idea che mi ha cambiato la prospettiva. Daniel Pink, in The Power of Regret, suggerisce di leggere il rimpianto non come una condanna ma come un’informazione: ci dice cosa conta davvero per noi. Il mio mi diceva una cosa sola, con insistenza. Che volevo studiare.
A quel punto ti affidi al presente, perché è l’unico tempo su cui hai davvero potere. Oggi posso provare a fare ciò che allora non ho fatto. Per mille ragioni, o semplicemente perché doveva andare così, se ci sentiamo un po’ fatalisti.
Non è gratis, sia chiaro. Ogni weekend sui libri è un weekend tolto ad altro: alla famiglia, al riposo, alle amiche che vivono il loro stop come meritano. Ma è il prezzo che scelgo di pagare.
Perché tornare a studiare è stata la scelta migliore che potessi fare per me stessa. Un modo per perdonare quella parte di me che non ha saputo farlo quando era il suo tempo. Una pagina alla volta: quella che studio, quella che scrivo, quella che finalmente posso voltare.
Qualcuno dirà che non è mai troppo tardi. Altri che ogni frutto ha la sua stagione. Io credo che abbiano ragione entrambi, ma in un modo diverso da come si pensa: la stagione di questo frutto non era allora. È adesso, che so perché lo voglio.
Ed è questo, cara amica, che avrei dovuto risponderti venerdì sera. La mia voglia di studiare nasce da un rimpianto, ma continua per un motivo più semplice: quella voce c’è ancora, solo che non decide più lei. Questo sarà il mio weekend: ricerca e selezione del personale.
E voi? C’è un rimpianto che avete trasformato in una scelta, o uno che ancora bussa? Mi piacerebbe sapere come lo state guardando oggi.