Inclusione: siamo davvero inclusivi quanto pensiamo?

Le parole che scegliamo, i gesti che compiamo e quelle piccole esclusioni quotidiane di cui spesso non ci accorgiamo.

Recentemente ho avuto l’opportunità di entrare a far parte di un progetto aziendale dedicato all’inclusione. Un percorso che si svilupperà nei prossimi tre anni e che coinvolgerà persone, idee e prospettive differenti.

Un’esperienza che mi ha portata a riflettere su una domanda apparentemente semplice: che cosa significa davvero essere inclusivi?

Quando sentiamo parlare di inclusione, il nostro pensiero tende spesso a dirigersi verso situazioni di fragilità, disabilità fisiche o cognitive, condizioni di svantaggio o persone che incontrano particolari difficoltà nell’essere accolte dalla società.

Sono dimensioni fondamentali, sulle quali è indispensabile continuare a investire attenzione, cultura e responsabilità.

Ma oggi vorrei spostare lo sguardo altrove.

Verso un’inclusione meno evidente, forse meno raccontata, eppure presente ogni giorno nelle nostre relazioni.

Quella che riguarda ciascuno di noi. Anche quando siamo convinti di comportarci nel modo giusto.

L’esclusione non sempre si vede

Quante volte, durante una riunione, abbiamo interrotto qualcuno prima che finisse di esprimere il proprio pensiero?

Quante volte abbiamo liquidato un’idea con un «Non funzionerà mai», senza concederle nemmeno il tempo di essere spiegata?

Oppure, nella vita familiare, quante volte abbiamo pronunciato frasi come «Stai esagerando», «Sei sempre il solito» o «Non farla così complicata»?

Espressioni comuni. A volte pronunciate con leggerezza, altre con affetto, altre ancora per stanchezza o abitudine.

Eppure, dietro parole apparentemente innocue, può nascondersi un messaggio diverso da quello che intendiamo trasmettere.

Quello che provi non è così importante. Quello che pensi non merita abbastanza spazio.

Non significa che ogni osservazione critica sia una forma di esclusione, né che dobbiamo misurare ossessivamente ogni parola.

Significa, piuttosto, riconoscere che le nostre intenzioni e l’effetto delle nostre parole non sempre coincidono.

E che, qualche volta, possiamo escludere qualcuno senza averne alcuna consapevolezza.

Il linguaggio inclusivo non è soltanto una questione di parole corrette

Negli ultimi anni il linguaggio inclusivo è entrato sempre più spesso nelle conversazioni pubbliche e professionali.

Ci confrontiamo sul genere, sui termini da utilizzare, sulle espressioni da evitare e sulle forme linguistiche più rispettose delle differenze.

Sono riflessioni importanti, perché il linguaggio contribuisce a costruire il modo in cui rappresentiamo le persone e la realtà.

Ma mi chiedo: possiamo davvero definirci inclusivi soltanto perché utilizziamo le parole formalmente corrette?

Possiamo adottare un linguaggio impeccabile e, contemporaneamente, ignorare sistematicamente l’opinione di un collega.

Possiamo dichiarare di valorizzare le differenze e poi circondarci esclusivamente di persone che la pensano come noi.

Possiamo parlare di ascolto e, nel frattempo, prepararci a rispondere senza aver davvero ascoltato.

Forse il linguaggio inclusivo comincia ancora prima della scelta delle parole.

Comincia dall’atteggiamento con cui ci avviciniamo all’altro.

Dalla disponibilità a comprendere un punto di vista differente, anche quando non lo condividiamo.

Dalla capacità di lasciare spazio senza sentirci privati del nostro.

L’inclusione nelle piccole cose

Immaginiamo un gruppo di colleghi che prende una decisione importante coinvolgendo sempre le stesse persone. Non per cattiveria, semplicemente perché «abbiamo sempre fatto così».

Oppure una conversazione tra amici nella quale qualcuno rimane silenzioso. Nessuno lo esclude apertamente, ma nessuno si preoccupa di coinvolgerlo.

O ancora un genitore che, convinto di conoscere perfettamente il proprio figlio, anticipa continuamente le sue risposte.

Sono situazioni molto diverse, accomunate però da una domanda:

Stiamo davvero lasciando spazio all’altro o stiamo semplicemente dando per scontato di farlo?

Includere non significa necessariamente essere d’accordo, accontentare tutti o rinunciare alle proprie convinzioni.

Significa creare le condizioni affinché una persona possa esprimersi, sentirsi riconosciuta e contribuire senza dover necessariamente assomigliare agli altri.

E questo richiede qualcosa che non sempre siamo disposti a mettere in discussione: le nostre abitudini.

Perché alcune delle esclusioni più persistenti non nascono da comportamenti intenzionalmente discriminatori, ma da automatismi che abbiamo smesso di osservare.

Essere inclusivi è anche accettare di non esserlo sempre

C’è un aspetto che trovo particolarmente interessante.

Tendiamo a pensare all’inclusività come a una qualità personale: io sono una persona inclusiva, aperta, rispettosa.

Ma forse l’inclusione non è una caratteristica che possiamo attribuirci una volta per tutte.

È una pratica quotidiana.

Possiamo essere accoglienti in un contesto e poco disponibili all’ascolto in un altro. Possiamo valorizzare le diversità sul lavoro e faticare ad accettarle nelle relazioni personali.

Possiamo persino escludere qualcuno mentre siamo sinceramente convinti di volerlo includere.

Riconoscerlo non significa mettere in discussione la nostra sensibilità o le nostre buone intenzioni.

Significa accettare che l’inclusione richiede consapevolezza, esercizio e, qualche volta, anche la capacità di chiedere scusa.

Non dobbiamo necessariamente cambiare il nostro modo di pensare ogni volta che incontriamo un’opinione differente.

Ma possiamo cambiare il modo in cui scegliamo di ascoltarla.

Dalle dichiarazioni ai comportamenti

Mi piace pensare che il valore di un progetto dedicato all’inclusione non risieda soltanto nei temi affrontati, nelle iniziative organizzate o nei messaggi condivisi.

Ma soprattutto in ciò che ciascuno decide di portare con sé nella quotidianità.

Nel prossimo confronto con un collega.

Nella prossima discussione in famiglia.

Nella prossima occasione in cui qualcuno esprimerà un pensiero lontano dal nostro.

Perché l’inclusione non si misura soltanto da quanto spazio dichiariamo di offrire alle differenze, ma anche da quanto siamo realmente disposti a lasciarci arricchire da esse.

E forse non sono sempre necessari grandi gesti per cominciare.

A volte basta una domanda in più, un giudizio in meno o qualche secondo di ascolto autentico.

Una domanda da lasciare aperta

Vorrei concludere con una riflessione che rivolgo prima di tutto a me stessa.

Quante volte, oggi, siamo stati poco inclusivi senza nemmeno accorgercene?

Non per mancanza di rispetto. Non per cattiveria. Ma semplicemente per abitudine.

Forse è proprio da questa consapevolezza che possiamo iniziare a costruire una cultura dell’inclusione più autentica.

Non quella che raccontiamo di avere.

Quella che gli altri sperimentano quando entrano in relazione con noi.

E voi? Vi è mai capitato di sentirvi esclusi da una parola, da un gesto o semplicemente da un silenzio?

Parole in Evoluzione — Riflessioni sulle persone, le relazioni e il cambiamento.


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